(...) Non per mestiere, successo, svago o per gioco, dipinge Gina Giuliano, ma per un intimo bisogno dell’anima di trovare parole con cui esprimere ciò che le parole non possono dire o non vogliono pronunciare; per dare un nome alle segrete e inconfessate emozioni; quasi per vincere un invalicabile pudore che, nulla volendo mostrare all’esterno, tutto tiene ben custodito all’interno. Proprio per questo la sua pittura, che pur esplode così coinvolgente e forte, ha il sottile fascino di una “confessione” che per sua natura è segreta, non punta a dare notizie, ma piuttosto a mettere a nudo quel turbinio di pensieri e di sentimenti che agitano la mente e il cuore. Così per l’artista la pittura è in primo luogo uno spazio privato, un rifugio segreto, l’aria che serve per respirare e andare avanti, il luogo dell’intimità profonda, anzi un angolo della coscienza che non accetta trucchi e infingimenti.


Proprio per questo Gina Giuliano con i suoi dipinti va depositando brandelli di se stessa, per tradurre in esplosioni di colore, come lei stessa afferma, la gioia, il dolore, la tristezza, la serenità, l’angoscia, la speranza, la forza, l’impotenza, l’amore e l’odio. Ecco, al di là di quelli dati, i possibili titoli dei suoi dipinti; ecco i riferimenti iconografici che stanno alla base di una pittura di stampo informale, completamente aniconica, che tutto punta sul gesto, sul colore, spesso catturato nella sua sostanza fisica e materiale, sulla luce e sulla forma.
Così, dietro ogni dipinto, qualunque sia l’immagine prodotta, c’è in primo luogo una storia, uno stato d’animo, un particolare momento vissuto, un brivido esistenziale, la necessità di rendere visibile e dare un volto alle infinite stagioni dell’anima. E ciò l’artista fa con una pittura densa, dalle linee tormentate che sembrano esplodere da un centro di energia vitale o, al contrario, implodere e raggrumarsi attorno ad un nucleo originario. La fa con una pittura dai volumi spesso disordinati eppure rigorosamente controllati in un interno equilibrio, con colori spesso aggressivi, ma a volte anche estenuati e delicati, con spatolate dense e vorticose o anche ricorrendo alla paziente e riflessiva stesura del pennello.
Si delineano così, prima ancora che sotto l’aspetto formale, le caratteristiche espressive di questa pittura, e in pieno si coglie il legame indissolubile tra l’idea che governa l’artista (la pittura come necessità spirituale e libertà di confessione) e la resa pittorica. Se per Gina Giuliano la pittura è uno sfogo dell’anima, uno spazio esistenziale, è evidente che la sua temperatura espressiva non può che dipendere dal vissuto; e se il vissuto quotidianamente muta, perché nella collana dei giorni infila a suo capriccio luci e ombre, la speranza di un’alba e il disperato annottamento, è parimenti evidente che anche la pittura deve mutare. Dunque legata ad un’idea di pittura come traduzione di stati d’animo, l’artista non resta mai ingabbiata dal “fare pittura”, cioè da una coerenza formale, ma piuttosto lo strumento pittorico piega all’urgenza del dire.
Quella di Gina Giuliano è, pertanto, una coerenza rispetto all’idea e non rispetto allo strumento che, docilmente, alla prima si piega. Ciò consente di comprendere sia l’urgenza motivazionale di questa pittura, sia il suo diverso modo di essere declinata, cioè la sua apparente disomogeneità, all’interno della quale, tuttavia, non è difficile scorgere una ben precisa strutturazione.
Dipinto dopo dipinto ciò che emerge è un singolare “autoritratto di donna” che si nutre di memoria e di presente, di sogni e di delusioni, di rimpianti e speranze, e che i lineamenti ha della tentazione di cedere e della volontà di resistere. Un autoritratto, per esser più precisi, di una giornata o di una vita, intrisa di esperienza quotidiana che dovrebbe forse restare segreta e che, invece, tra le pieghe e le piaghe della pittura, ci è dato di scorgere.


Solo dopo aver compreso il “perché” Gina Giuliano dipinge, è possibile soffermarsi sul “come”: insomma bisogna partire dalle intenzioni per comprendere le parole di questa pittura che poi, con il suo linguaggio, chiaramente, quelle intenzioni manifesta.
Costante, nei lavori della Giuliano, è il ricorso ad una pittura all’over, che interamente ricopre la superficie della tela, quasi a dilagare su di essa che a stento la contiene. Il colore viene così steso partendo da una campitura che organicamente costituisce una sorta di sfondo sul quale l’artista interviene o unicamente in via gestuale, o con ulteriori accumuli di altre campiture.
Nel primo caso, come si può notare, ad esempio, in “Trasparenze”, “Tempesta” e “Rosso” prevale la tendenza monocromatica, sulla quale agisce poi la spatolata ampia che segmenta la materia pittorica, creando piani e andamenti differenziati. Sono ampi gesti che creano un sottile intrico tra diagonali che, imprimendosi sulla base, lasciano ai loro bordi un percorso materico, e volute circolari che spezzano, nel momento che lo costruiscono, il ritmo della pittura. Quello cui l’artista perviene è proprio un “ritmo spezzato” che, pur vivendo di sussulti, resta sempre ritmo.
In questi dipinti, a parte la scelta del colore che più l’artista sente capace di interpretare il proprio stato d’animo (si osservi il delicato verdino di “Trasparenze” dai toni quasi veneziani), è, dunque, proprio il gesto l’assoluto protagonista. Un gesto che, per nulla affidato al caso o all’inconscio e automatico movimento della mano, ed è, piuttosto, proiezione esterna di tutto l’essere, fisico e spirituale di Gina, appare organicamente strutturato.
In un’avventura assolutamente astratta si può cogliere qui l’adesione a ciò che è stato l’informale gestuale, che l’artista ripensa in chiave assolutamente personale. Piuttosto che una mancanza di fiducia nella possibilità ordinatrice della ragione, qui sormonta l’urgenza di un pensiero in azione o, per dir meglio, di un’azione che si incarica di incarnare un pensiero. Ma nello stesso tempo l’azione, riprendendo una tradizione che è in parte italiana, ma soprattutto francese e americana, si organizza come guidata da un controllo compositivo strutturante. Non, dunque, mancanza di forma, ma formalizzazione puntuale di una sensazione che guida la stessa spatolata che così in pieno manifesta la sua urgenza ultimativa. Ma oltre che del gesto, l’artista si avvale anche di brandelli di colore scuro che quasi si annidano tra le anse e le ansie della pittura, costruendo momenti di riflessione e, sotto il profilo formale, motivi di profondità e di eminentia. E si avvale, come detto, della fisicità del colore come materia, in questo non distante dalla grande lezione burriana.
Altre volte, invece, abbandonando la scelta monocromatica, l’artista, nel suo impianto ritmico, chiama più colori a dialogare tra di loro con straordinari effetti di trasparenze e sovrapposizioni. Si vedano, ad esempio, il pallido e raffinatissimo “Angeli” e l’affascinante “Triangoli”. Nel primo, sulla base di una tonalità quasi rarefatta, si distribuiscono, portati dai gesti, vaghe sfumature di delicati rosa, o evanescenti azzurrini che esprimono un attimo di quiete ritrovata, una pausa di serenità consapevolmente vissuta e rappresentata. La stesura è calma, riflessiva, come in “Triangoli” nel quale, invece, il gioco coloristico si fa più intenso con soluzioni formali di indubbio pregio: la pittura più soffice, abbandonando il suo spessore, si offre come animata da un respiro interno, quasi ariosa nel creare un’atmosfera nella quale l’elemento geometrico, appena accennato in infinite sfumature, si adagia quasi a rappresentare un abbandono.
Ecco come la spontaneità di una pittura nata dalla necessità espressiva, si coniuga con una sapienza tecnica ormai veramente acquisita. Ed ecco come l’idea della pittura quale ritratto di sentimenti ed emozioni, si offre quale autoritratto non esibito ma confessato. Si veda, ancora, la serie delle “Esplosioni” in cui i colori si moltiplicano costruendo immagini che, come in un caleidoscopio, si sventagliano con raffinate rifrangenze. In queste opere la pennellata e la spatolata frantumano l’immagine che, come rimandata da specchi invisibili, tassellano la superficie piana con fantastici effetti, come di vetri colorati che, attraverso strutture simmetriche, scompongono la geometria, e, come ha insegnato MacDonald Coxeter, uno dei più noti matematici del XX secolo, la trasferiscono nella terza dimensione. Qui, appunto, la dimensione di un’anima, di un “altrove” che non è fuori, ma dentro di noi, dove spesso, troppo spesso, subisce la condanna dell’indifferenza, dell’oblio, dell’ignoranza di chi nulla vuol fare, e fa, per comprendere.
Di natura più drammatica sono altri dipinti, come “Delirio”, “Intrighi” e “Conflitto” o il convincente “Amore e odio”, in cui davvero sulla tela esplode una pittura prettamente gestuale, quasi un vortice della mente che agita la mano. In queste opere l’artista fa ricorso a gesti rapidi e nervosi che tramano ed intricano i colori, spesso stesi direttamente con la mano, e attraversati come da unghiate e carezze, da rabbia e dolcezza, in un groviglio inestricabile. Qui davvero siamo più vicini dalla tradizione dell’Action Painting”, ad una pittura non d’azione ma proprio agita dall’esperienza umana. I colori si sovrappongono, si chiamano e si abbandonano, come in un tumulto in cui nulla è preordinato, come in un viaggio senza meta che non sia quella del capriccio di mente e dell’avventura della mano.
La luce, al contrario, è la grande protagonista di altri dipinti come “Dal buio”, “Atmosfere” o “Folla”. Nel primo dipinto, ad un nucleo centrale che il suo chiarore esibisce, si contrappone la magmatica aggressione di minacciosi toni bruni che hanno il sapore di un pericolo, di un rischio, forse di un agguato. Ed è proprio in questo sfondo che circonda la tela, ed anzi la sua stessa superficie sembra travalicare, quasi a metafora del qui esistere assieme agli altri, che, come prezioso e quasimodiano attimo, si fa spazio una sorta di parentesi, un chiarore di speranza che, tuttavia, non promette di durare a lungo, perché subito, presto o tardi, si farà sera. In “Folla”, invece, prevale una pittura filamentosa che tende a farsi liquida, attraversata da singolari percorsi, mentre da preziosi passaggi di colore è caratterizzato “Atmosfere”, che si offre come un vero e proprio paesaggio dell’anima, con il suo cielo rosso, uno sfocato orizzonte ed un mare che trascolora continuamente, tra riflessi e luci, suoni, echi e soprattutto silenzio.
Non a caso, in una sua precedente mostra, l’artista usò un titolo significativo: “Dal silenzio al colore”. Oggi, che il silenzio si è fatto confessione, si può comprendere meglio e precisare: “Dalle emozioni al colore”. Ed è in questo possibile slittamento di titolo che si annida il significato profondo di questi dipinti che, come sparsi fogli di diario, stanno a comporre l’autoritratto di una donna che il suo vissuto non vuole, per pudore esibire, ma, senza pudore, quasi con intimo bisogno e spietata lucidità, comprendere. L’autoritratto di un’artista che, quasi indifferente all’esser vista e capita, se stessa affida alla pittura. Una pittura che, poi, dagli altri va vista e compresa. È questo lo sforzo che l’artista chiede; è questo che la sua pittura eloquentemente dice nel mostrare l’enigma dell’esistenza.

Lucio Barbera

 

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